BARRIERA DISTRICT OF FOOD&DESIGN: LA RIQUALIFICAZIONE LUXURY

11.05.2026

Vestiti da sera, musica in sottofondo, artisti, architetti, designer e creator che si muovono tra finger food e calici di vino. L’atmosfera è quella patinata di un opening milanese, e invece siamo a Torino.

OK, stop, fermiamo qui l’incipit dell’articolo del Corriere: di quale quartiere stiamo parlando secondo voi?

No, non è Crocetta. No, figuriamoci, siamo lontanissimi anche dalla Gran Madre anche se l’atmosfera patinata avrebbe potuto trarre in inganno.

L’indizio ce lo fornisce il riferimento alla città di Milano, presentata come modello da seguire (e inseguire) dove l’affitto di un bilocale costa in media circa 1500 euro al mese. 

Siamo infatti in Barriera Milano, più precisamente al Barriera Design Discrict, in Via Valprato, alle spalle del Parco Peccei già al centro di numerosi casi di cronaca di microcriminalità, e di fronte a “Muro Osteria Contemporanea”, ristorante all’interno del privato Museo Ettore Fico (in non trascurabile fase di chiusura). A poche centinaia di metri si trova dal 2017 EDIT, lo spazio che “unisce cucina, birra artigianale e cultura in un ambiente moderno e conviviale, sorto sulle ceneri industriali tra palazzi fatiscenti con panni stesi e migranti che spingono passeggini per recarsi nei centri commerciali affastellati lì di fronte.

Dall’altro lato, a poche centinaia di metri troviamo Spazio211, locale di musica alternativa e teatro del festival Todays che per anni ha attirato torinesi e appassionati di musica da tutta Europa in una zona (l’area ex Gondrand) di cui i giornali parlano con toni tipo “sgombero di 40 tossici disperati che non si fanno problemi ad accoltellarti per pochi spiccioli”.

Notizia di questi giorni è che la Fondazione alla Cultura torinese, tramite un bando per festival estivi, ha tolto i fondi al suddetto Todays in Barriera, lasciando la zona e i vari appassionati a bocca asciutta

Ma ora torniamo alla nostra inaugurazione iniziale per aggiungere altri frammenti, prima di fare sintesi:

Un debutto che ha il sapore di un party ma anche di un’ope­ra­zione cul­tu­rale: por­tare un nuovo lin­guag­gio den­tro uno dei quar­tieri più com­plessi e in tra­sfor­ma­zione della città.  (…)

La festa di aper­tura diventa così anche una sfi­lata di volti noti della scena crea­tiva (e non) cit­ta­dina: tra gli invi­tati Carola Chiu­sano, influen­cer del mondo immo­bi­liare  (Chiusano immobiliare, un caso?) 

Per i non torinesi questa rapsodia di citazioni sembra rivolta a luoghi distanti tra loro, e invece si potrebbero toccare tutti in treminuti di automobile. 

Guardiamo alle parole-chiave (come avrebbe fatto Luca Rastello, Maestro ci manchi): cultura, narrazione, quartiere in trasformazione.

La cultura musicale viene derubricata a “bando perso, niente festival, spiace”, mentre la cultura gastronomica, artigianale, creativa viene elevata a chiave di volta per la trasformazione del quartiere, troppe volte al centro delle cronache per risse e accoltellamenti. Sono cose brutte, di cui il cittadino non vuole sentire parlare.

E allora perché non lo trasformiamo il quartiere, a partire dalla narrazione che viene fatto di esso? Ovviamente usando il food! L’occasione è l’inaugurazione del Cooker Loft, un luogo fondato da una content creator dove poter vivere, tra le altre attività, una luxury experience fatta di “ accomodation e tour alla scoperta delle eccellenze gastronomiche torinesi, concludendo con una cena privata in un contesto esclusivo.” Oppure con la già citata osteria che vuole “essere parte del cambiamento, perché: tutto comincia quando un Muro smette di essere percepito come una barriera” a colpi di pan briosciato e stick di panella fritta con mayo al prezzemolo.

 

Torniamo al contesto in cui tutto ciò avviene, Barriera Milano: qui le case in affitto prevedono spesso bagni sui balconi, docce in cucina, tubi che perdono e crepe nei muri. A volte va anche peggio con cantine o magazzini al piano terra trasformati in alloggi improvvisati. Questo è come si vive realmente in alcune case del quartiere. Gli affitti per questi «spazi» si aggirano tra i 200 e i 350 euro al mese. 

Viene chiamato «caporalato abitativo» il fenomeno che costringe famiglie vulnerabili (spesso straniere) ad accettare condizioni pessime pur di trovare un’abitazione, seppur ai limiti dell’abitabilità (per queste descrizioni abbiamo voluto ironicamente attingere a un video-servizio dello stesso giornalista della patinata introduzione iniziale)

Dunque, di fianco al “salotto gastronomico contemporaneo” esiste un mercato della casa che condanna molte persone a vivere in modo semplicemente indegno. In alloggi senza riscaldamento, con impianti elettrici fatiscenti, infissi marci, infiltrazioni d’acqua, spesso ex depositi e garage trasformati in abitazioni e per questo privi di residenzialità e conseguenti diritti acquisibili (per esempio avere un medico di base): questi condomini, o presunti tali, si trovano dirimpettai agli spazi immaginifici per i quali abbiamo fatto fitta incetta di citazioni dai quotidiani per darne un’immagine meno filtrata possibile.

Ora veniamo alla politica: fa spallucce per la perdita del festival, partecipa alle inaugurazioni in pompa magna (con l’Assessora Salerno), si straccia le vesti per la chiusura del museo privato e idolatra la resilienza dell’osteria contemporanea come presidio di comunità.

Una domanda cui la politica non ha mai risposto è la più semplice possibile: quanti abitanti di Barriera frequentano questi luoghi?

La risposta è semplice, e a suo modo crudele: nessuno, o quasi. E la sua spiegazione lo è altrettanto: questi place to be si rivolgono a una fascia di popolazione che è ben lontano, per censo e cultura, dal target commerciale.

Queste operazioni nascondono sotto, appunto, una patina di inclusione e di senso di comunità, un concetto, un’operazione economica e sociale molto più semplice e subdola: si chiama gentrification, ovvero la sostituzione di classe degli abitanti ivi residenti.

BarrieraFoodDistrict