Come il cibo si è mangiato la città
“Ehi sei stato a Roma lo scorso weekend?
Meraviglia la Città Eterna!”
“Sì, sono stato a Roma con Anna, bellissimo, una serie di esperienze artistico-culturali incredibili “
“Siete stati al Colosseo?”
“No, eravamo lì in zona domenica ma abbiamo optato per Carbonara. Bellissima, quell’accostamento Uovo Pancetta è di un’artisticità unica.”
“Ehm, Guanciale*”
“Chi? Guanciale chi, il pittore? No, non lo abbiamo visto.”
“Vabbè, cos’altro avete visto?”
“Le donne in vetrina che facevano le tagliatelle, uno spettacolo immortale.”
*L’utilizzo del maiuscolo per ogni ingrediente è un tributo alla museificazione del cibo.
Questo dialogo potrà diventare realtà ora che “la cucina italiana tra sostenibilità e diversità bioculturale” è diventata ufficialmente patrimonio culturale immateriale dell’umanità: così è stato deciso al Comitato intergovernativo dell’UNESCO riunito a New Delhi in questi giorni.
Un percorso lungo due anni e mezzo, iniziato con la candidatura nel marzo 2023 da parte del Consiglio Direttivo della Commissione Nazionale Italiana per l’Unesco . Nota a margine: il Consiglio è presieduto curiosamente da Franco Barnabè, ex AD di Telecom Italia prima e di ENI poi, advisor Barclay’s Bank, membro CdA PetroChina, insomma il classico cursus honorum di chi si è occupato per una vita di cultura e sostenibilità, e di patrimoni mondiali da preservare. O no?
Il Patrimonio mondiale Unesco è un riconoscimento nato nel 1972 per i siti naturali, archeologici e monumentali più famosi del pianeta. A esso, fa seguito nel 2003 la nascita appunto del “patrimonio immateriale”, che fa riferimento a
tutte le tradizioni vive trasmesse dai nostri antenati: espressioni orali, incluso il linguaggio, arti dello spettacolo, pratiche sociali, riti e feste, conoscenza e pratiche concernenti la natura e l’universo, artigianato tradizionale.
Questo patrimonio culturale immateriale è fondamentale nel mantenimento della diversità culturale di fronte alla globalizzazione. La sua comprensione aiuta il dialogo interculturale e incoraggia il rispetto reciproco dei diversi modi di vivere.
La sua importanza non risiede tanto nella manifestazione culturale in sé, bensì nella ricchezza di conoscenza e competenze che vengono trasmesse da una generazione all’altra.
Bene, proseguiamo con altre nozioni di base prima di dare libero sfogo alle nostre invettive: l’idea della candidatura è nata per volontà della rivista La Cucina Italiana, think-tank culturale della gastronomia nazionale, che ha lanciato la candidatura con un’azione degna del nostro tempo: nel luglio 2020 ha affidato a una serie di chef stellati e televisivi la direzione di un numero della rivista per promuovere la candidatura. Insomma, in pieno panico da pandemia mondiale, Cracco&C. si sono affidati a questo divertissement mentre il popolo affollava i supermercati per riempire i propri carrelli di cibarie (questa sì che è tradizione!).

La rivista ha così costituito un comitato di lavoro composto da Fondazione Casa Artusi, l’Accademia italiana di cucina, il Collegio Culinario. Il Comitato è stato coordinato dal professor Massimo Montanari dell’Università di Bologna (qui il suo sostegno alla candidatura), figura storica di riferimento in quest’ambito, e da Pier Luigi Petrillo, tra le altre cose direttore della Cattedra UNESCO in Patrimonio Culturale immateriale.
A dare il bollino politico all’iniziativa, e al comitato, le due teste pensanti del Governo di allora: il Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano e il Ministro dell’Agricoltura (e della neonata Sovranità Alimentare) Francesco Lollobrigida. Un cappello all’iniziativa che non è marginale da parte di un Governo di destra-destra, se è vero, per citare Iconografie, che
utilizzare il cibo con una funzione identitaria, cioè dichiarare di appartenere ad una data comunità sulla base di che cosa si sceglie di mangiare, è una modalità di comunicazione abbastanza rozza e tipica del populismo.
Non illudiamoci però che il nostro cibo sia un unicum nella storia UNESCO: ci riuscì 13 anni prima “la dieta mediterranea”, nel 2017 “l’arte del pizzaiuolo napoletano” e la baguette francese nel 2022.
Ahinoi, non è neanche la prima volta per una cucina nazionale, dato che ci riuscirono prima di noi i francesi e i messicani nel 2010: è andata così male che arriviamo dopo i mangiabaguette! [1] (scusate, ci siamo fatti prendere da ‘sta maledetta funzione identitaria del cibo).
E allora, se arriviamo molto dopo in termini cronologici, se pure al kimchi coreano avevano pensato prima (nel 2013) che alle tagliatelle e agnolotti italici, dove sta l’eccezionalità di questo riconoscimento?
Perché qualsiasi format, contenitore, rivista, canale Instagram legati al mondo del food esulta con la bandiera tricolore come a Berlino nel 2006?
Evidentemente l’idea del turismo gastronomico non è un’invenzione del marketing contemporaneo…
Ahia, questa frase di Montanari in presentazione della candidatura ci suona sibillina: non è che si voglia davvero ridurre il tutto a un grosso spot per il turismo enogastronomico straniero nel nostro Paese?
Non mancano i Rapporti entusiastici sul tema, ed è fin troppo facile vedere come ogni città, paese, sagra, esposizione, fiera, panetteria utilizzi ormai la cucina italiana (ORA PATRIMONIO UNESCO!!) come facile esca acchiappa-turisti: basta vedere cosa ne ha scritto il New York Times poche settimane fa, che ha trasformato un reportage sulla foodification in una disamina divertita dei quartieri “spritz e carbonara” affollati da turisti stranieri, americani e tedeschi.
A suggerircelo è proprio il coordinatore Petrillo in una intervista in cui curiosamente si utilizza come immagine copertina un centro storico in piena dehorification:

i primi dati evidenziano che il “brand” Unesco aumenta del 20% il numero di turisti. Per esempio a Pantelleria, dove la «Pratica agricola della coltivazione della vite ad alberello» è diventata patrimonio immateriale, o in Veneto, dove «Le colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene» sono patrimonio mondiale, sono triplicate le aziende connesse a quel riconoscimento. Un effetto rilevante dovuto proprio al fatto che il riconoscimento Unesco punta i riflettori del mondo sul territorio a cui viene assegnato.
Non bisogna neanche scomodare ChatGpt per trovare proiezioni economiche e commenti entusiastici sull’effetto moltiplicatore di questa etichetta: 18 milioni di presenze turistiche in più in due anni, “Cucina italiana motore del turismo da 250 miliardi” secondo il Ministro Lollbrigida, grande occasione per i ristoratori italiani e via cantando popopopoopppooopo (esatto, i White Stripe del 2006, la cantavate anche voi!).
Sembra il solito refrain: attenzione alla cultura, riconoscimento importante per le tagliatelle come le faceva la mia nonna, e stringi stringi abbiamo gli chef superstar uomini-immagine e le nostre città sempre più invase da dehors, ristoranti con menù turistici e sovraffollamento dei nostri centri storici.
Nulla di nuovo se facciamo una rapida disamina e studio di quanto solitamente avviene con la cosiddetta “patrimonializzazione dei beni culturali” in Italia (in riferimento al Patrimonio Mondiale UNESCO citato nell’incipit). Citiamo Tomaso Montanari che trattò il tema nell’eloquente “Privati del Patrimonio” e ci mette in guardia sulla relazione tra la gentrificazione delle città e la mercificazione dei beni culturali.
Valga come esempio, nel solito flash torinese, la Cavallerizza Reale, complesso architettonico storico meraviglioso nel cuore della città, prima abbandonato a sé stesso, poi diventato nel 1997 Patrimonio UNESCO.
Cos’ha significato questa, supposta, tutela? Nulla più che una “rigenerazione e valorizzazione” basata su un concorso internazionale di archi-star per trasformarla nella prossima sede della fondazione bancaria locale, Compagnia di San Paolo.
Tranquilli, neanche qui mancheranno le strutture ricettive, le residenze per turisti e, ovviamente, un ristorante.
Per cui, se l’etichetta UNESCO è una “consacrazione iper-turistica” (Cit.Tomaso Montanari), allora questo riconoscimento per la nostra cucina si concretizzerà nell’ennesima occasione per trasformare la cultura enogastronomica in un’ulteriore accelerazione del processo di foodificazione delle nostre città.
[1] Curiosamente, è proprio Massimo Montanari nel suo saggio sulla cucina italiana a dare una valenza culturale quasi-alta agli “insulti gastronomici” mangia-aggiungi-cibo-tipico nelle discussioni tra Regioni e culture diverse.