Come il cibo si è mangiato la città
La morte di Carlo Petrini rischia di produrre, nelle prossime settimane, una lunga teoria di commemorazioni rassicuranti.
Lo scrive una delle creature del fu Carlo Petrini, in arte “Carlin”: Il Gambero Rosso che, a pochi giorni dalla morte, con un raffinato esercizio di retorica, prontamente lo celebra e al contempo lo scarica. Nel pezzo gli si riconoscono “meriti” di “marketing territoriale e consumo urbano” (!!) ma al contempo, dopo decenni di silenzi, ci si accorge improvvisamente che “mentre cresceva il prestigio culturale del cibo “giusto”, milioni di famiglie hanno iniziato a fare i conti con una realtà molto più semplice: non poterselo permettere.”
Un brusco risveglio, o forse una liberazione dettata da realtà sempre meno sommerse condite da un po’ di falso stupore, tanto che
l’impressione è che questa frattura sia esplosa davvero solo recentemente, in modo quasi improvviso, con l’inflazione alimentare e la compressione del potere d’acquisto. Oggi i fast food non si riempiono soltanto per omologazione culturale o per perdita di educazione alimentare. Si riempiono perché costano meno. Perché per molte famiglie rappresentano ormai uno dei pochi spazi di consumo accessibile.
Come se il ristorante fosse stato, nella storia italiana, un luogo naturalmente alla portata di tutti, e solo “di recente” si fosse trasformato in lusso. Come se la pizza della domenica non fosse, per generazioni, lo sfizio settimanale che andava conquistato. Dopo quarant’anni di presunte lotte contro la “follia universale della fast‑life”, quelle che lo stesso Gambero ospitava quando pubblicò il manifesto Slow Food il 3 novembre 1987, i suoi eredi sembrano accorgersi solo ora che per opporsi davvero alla fast life, oltre a educazione alimentare e consapevolezza ambientale, serve anche un portafoglio. Infatti i nostri sottolineano che
Una splendida trattoria con chiocciola Slow Food a Genova, una cena attenta, misurata, senza eccessi: per una famiglia di quattro persone con due figli piccoli, il conto può facilmente diventare quattro o cinque volte superiore rispetto a una cena in un fast food. E allora il problema non è negare il valore di quella trattoria, né tantomeno mettere in discussione la qualità del lavoro dei produttori o dei cuochi. Il problema è interrogarsi sul fatto che il cibo “buono” rischi di diventare progressivamente uno spazio sociale per pochi.
Eppure “in fondo Slow Food nasceva come movimento popolare, non elitario”, poco importa che movimento Slow Food sia stato inaugurato da “un appuntamento mediatico-conviviale, con una carovana di 250 soci sapienti italiani in trasferta, dal 7 al 9 dicembre 1989, presso l’Hotel Méridien in Boulevard Gouvion St Cyr (quota di partecipazione individuale, 720 mila lire, pari a 600 euro di oggi).”
Nonostante questa incontestabile natura esclusiva, Il Gambero Rosso scopre l’acqua calda scrivendo che “probabilmente Petrini aveva intuito anche questo pericolo “ ossia “il grande rischio della patrimonializzazione alimentare contemporanea: quando il patrimonio smette di essere pratica condivisa e diventa consumo distintivo. Quando il territorio si trasforma in estetica più che in diritto. Quando la sostenibilità viene percepita come lusso.”
L’assurdità dell’articolo di un ente organizzatore di eventi e classifiche esclusive e non di certo alla portata di tutte, tutti e tutt* raggiunge l’apice con il falso auspicio con tanto di commemorazione a Petrini affinché si possa “evitare che il cibo torni ad essere un privilegio invece che una forma quotidiana di cittadinanza.” Ma il Gambero Rosso non è un osservatore neutrale di questa deriva, bensì uno degli attori che l’hanno alimentata, trasformando la critica gastronomica in dispositivo di distinzione sociale.
La ridicola elegia funebre si rivela così per quello che è: una goffa mascheratura di distacco, una contraddittoria negazione di sé. Si prende le distanze dal mondo che si è contribuito a costruire, senza assumersene le responsabilità, e senza proporre alcuna alternativa concreta. Peraltro con una buona dose di ingratitudine a corpo ancora caldo.
Un pulirsi le mani dalle contraddizioni per poi fingere che non esista artificio e andare avanti così, come se nulla fosse, tra una lotta a tutela del caprino a latte crudo del Planalto Norte e una guida ai migliori ristoranti stellati d’Italia.
Vestiti da sera, musica in sottofondo, artisti, architetti, designer e creator che si muovono tra finger food e calici di vino. L’atmosfera è quella patinata di un opening milanese, e invece siamo a Torino.
OK, stop, fermiamo qui l’incipit dell’articolo del Corriere: di quale quartiere stiamo parlando secondo voi?
No, non è Crocetta. No, figuriamoci, siamo lontanissimi anche dalla Gran Madre anche se l’atmosfera patinata avrebbe potuto trarre in inganno.
L’indizio ce lo fornisce il riferimento alla città di Milano, presentata come modello da seguire (e inseguire) dove l’affitto di un bilocale costa in media circa 1500 euro al mese.
Siamo infatti in Barriera Milano, più precisamente al Barriera Design Discrict, in Via Valprato, alle spalle del Parco Peccei già al centro di numerosi casi di cronaca di microcriminalità, e di fronte a “Muro Osteria Contemporanea”, ristorante all’interno del privato Museo Ettore Fico (in non trascurabile fase di chiusura). A poche centinaia di metri si trova dal 2017 EDIT, lo spazio che “unisce cucina, birra artigianale e cultura in un ambiente moderno e conviviale”, sorto sulle ceneri industriali tra palazzi fatiscenti con panni stesi e migranti che spingono passeggini per recarsi nei centri commerciali affastellati lì di fronte.
“Ehi sei stato a Roma lo scorso weekend?
Meraviglia la Città Eterna!”
“Sì, sono stato a Roma con Anna, bellissimo, una serie di esperienze artistico-culturali incredibili “
“Siete stati al Colosseo?”
“No, eravamo lì in zona domenica ma abbiamo optato per Carbonara. Bellissima, quell’accostamento Uovo Pancetta è di un’artisticità unica.”
“Ehm, Guanciale*”
“Chi? Guanciale chi, il pittore? No, non lo abbiamo visto.”
“Vabbè, cos’altro avete visto?”
“Le donne in vetrina che facevano le tagliatelle, uno spettacolo immortale.”
*L’utilizzo del maiuscolo per ogni ingrediente è un tributo alla museificazione del cibo.
Questo dialogo potrà diventare realtà ora che “la cucina italiana tra sostenibilità e diversità bioculturale” è diventata ufficialmente patrimonio culturale immateriale dell’umanità: così è stato deciso al Comitato intergovernativo dell’UNESCO riunito a New Delhi in questi giorni.
“L’evento più atteso sarà il 25 ottobre la Cena Spettacolo con Rasmus Munk (Alchemist**, Copenaghen, n.5 The World’s 50 Best Restaurants) a Palazzo Saluzzo Paesana: una performance totale tra piatti concettuali, suoni, proiezioni e suggestioni barocche. Un’esperienza unica e irripetibile, creata appositamente per Torino, dove la tavola diventa palcoscenico e il cibo un atto performativo. Perché a Torino, ancora una volta, la cultura passa anche dal palato — e la cucina diventa arte da vivere con tutti i sensi.”
Sembrerebbe l’incipit della descrizione di THE MENU…
Domenica 2 ottobre, sono circa le dieci di sera e Pietro sta guardando il posticipo su SKY, che quassù prende benissimo. Suonano alla sua Porta, sebbene Seba ci abbia messo parecchio a trovare il citofono. L’incidente è stato più grave del previsto, e il suo stato confusionale non gli ha permesso di capire che stava suonando proprio a quella porta, quella riservata a chi si è comportato bene in vita:
“Sono Glovo, ho una consegna può scendere?”
“Figliuolo, sei tu che devi salire, piano Altissimo.”
““Venerdì sera? Ci vediamo?”
“Va bene, ma non andiamo nel ristorante dell’ultima volta perché abbiamo speso 50 euro per mangiare due cazzate”
“Tranqui, ho da proporvi una nuova trattoria troppo cariiiiiinaaaaaa!”.”
Secchiate è la prima newsletter italiana dedicata al mondo della notte.
Secchiate sono amici con cui condividiamo l’approccio critico (e molesto) agli accadimenti sociali.
Abbiamo deciso così di scrivere a più mani questo approfondimento che unisse i nostri temi di riferimento: nightlife&food.
Quanto si è foodificato il clubbing delle nostre città?
Che relazione vi è tra Briatore e la chiusura dei club musicali?
Nel testo proviamo a fornire alcune risposte, e numerosi dubbi.
Buona lettura sul sito Substack di Secchiate.
“Lauren, voglio fare come George Clooney: sposarci a Venezia.”
“Quando ti ho conosciuto io, cinque anni fa, eri tutto occhialini da sfigato e scrivania, pure quella da NERD. Ora che ti ho fatto diventare muscoloso e abbronzato, così trendy da diventare un influencer pro-Trump, ti senti subito come il bel George. Ma non possiamo sposarci a Montecarlo in mezzi a quelli ricchi (quasi) come noi?”
Quale miglior presente di fine anno avremmo potuto farvi se non una bella analisi dei dati statistici sul 2019 della città di Torino? Vorrete mica dirci che avreste preferito un paio di guanti?
Noi purtroppo siamo più noiosi della nonna che fa sempre lo stesso regalo a Natale, per cui approfittiamo dei bilanci delle feste per fare una analisi più approfondita (e concisa) possibile sullo stato di salute di Torino, vedendola dal punto di vista che è più consono ai nostri temi: la glorificazione del positivo andamento turistico, messo a confronto con i dati economici complessivi e con la distribuzione della ricchezza prodotta.
Il futuro è il food. Questo il claim dell’Associazione “Torino Piemonte World Food Capital”, nata pochi mesi fa con l’obiettivo “di trasformare il Piemonte nel maggiore riferimento internazionale in ambito food.
“Ciao ragazzi, benvenuti a Bologna: qui c’è il vostro piatto del pranzo solidale, questa è la piazza in cui vi esibirete con Foodification, lì e lì ci sono camionette e polizia. Benvenuti!”
“Smart! che cazzo vuol dire?!” Mi urla contro il barista brandendo lo smartphone mentre cerca di capire se l’app abbia processato il pagamento di un teenager giunto per l’happy hour. Io rido, lui impreca e più lui impreca, più io rido.
Con Amazon Fresh la spesa è un sacco veloce”:
questo il claim che è comparso in questi giorni sui bus torinesi per annunciare,
col classico gioco di parole tipico del food, l’arrivo di questo servizio anche nella nostra città.
Il colosso entra a gamba tesa nel mondo della spesa a domicilio,
con una grafica green accattivante, e con prezzi e tempi di consegna al solito molto vantaggiosi per gli abbonati.
“Purché riaprano i Murazzi, va bene tutto!” Sembra questo il pensiero prevalente nelle discussioni tanto pubbliche su giornali…
Il professore contava uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette mail ricevute da quando aveva messo sul fuoco la moka ed era andato a pisciare a quando era tornato al tavolo.
Uno degli aspetti insieme più ridicoli e inquietanti di questa epoca così social sono i tweet, i post, le dirette Facebook che ci regalano i nostri rappresentanti politici o aspiranti tali.
La città vivrà all’aperto, ma di che cosa? C’è vita dopo il turismo?
“Crisi significa opportunità”: quante volte l’avete sentito nel corso del lockdown?
E quanti accorati appelli all’ uscire ”diversi” da questa crisi avete letto?