Come il cibo si è mangiato la città
Vestiti da sera, musica in sottofondo, artisti, architetti, designer e creator che si muovono tra finger food e calici di vino. L’atmosfera è quella patinata di un opening milanese, e invece siamo a Torino.
OK, stop, fermiamo qui l’incipit dell’articolo del Corriere: di quale quartiere stiamo parlando secondo voi?
No, non è Crocetta. No, figuriamoci, siamo lontanissimi anche dalla Gran Madre anche se l’atmosfera patinata avrebbe potuto trarre in inganno.
L’indizio ce lo fornisce il riferimento alla città di Milano, presentata come modello da seguire (e inseguire) dove l’affitto di un bilocale costa in media circa 1500 euro al mese.
Siamo infatti in Barriera Milano, più precisamente al Barriera Design Discrict, in Via Valprato, alle spalle del Parco Peccei già al centro di numerosi casi di cronaca di microcriminalità, e di fronte a “Muro Osteria Contemporanea”, ristorante all’interno del privato Museo Ettore Fico (in non trascurabile fase di chiusura). A poche centinaia di metri si trova dal 2017 EDIT, lo spazio che “unisce cucina, birra artigianale e cultura in un ambiente moderno e conviviale”, sorto sulle ceneri industriali tra palazzi fatiscenti con panni stesi e migranti che spingono passeggini per recarsi nei centri commerciali affastellati lì di fronte.
Dall’altro lato, a poche centinaia di metri troviamo Spazio211, locale di musica alternativa e teatro del festival Todays che per anni ha attirato torinesi e appassionati di musica da tutta Europa in una zona (l’area ex Gondrand) di cui i giornali parlano con toni tipo “sgombero di 40 tossici disperati che non si fanno problemi ad accoltellarti per pochi spiccioli”.
Notizia di questi giorni è che la Fondazione alla Cultura torinese, tramite un bando per festival estivi, ha tolto i fondi al suddetto Todays in Barriera, lasciando la zona e i vari appassionati a bocca asciutta.
Ma ora torniamo alla nostra inaugurazione iniziale per aggiungere altri frammenti, prima di fare sintesi:
Un debutto che ha il sapore di un party ma anche di un’operazione culturale: portare un nuovo linguaggio dentro uno dei quartieri più complessi e in trasformazione della città. (…)
La festa di apertura diventa così anche una sfilata di volti noti della scena creativa (e non) cittadina: tra gli invitati Carola Chiusano, influencer del mondo immobiliare (Chiusano immobiliare, un caso?)
Per i non torinesi questa rapsodia di citazioni sembra rivolta a luoghi distanti tra loro, e invece si potrebbero toccare tutti in treminuti di automobile.
Guardiamo alle parole-chiave (come avrebbe fatto Luca Rastello, Maestro ci manchi): cultura, narrazione, quartiere in trasformazione.
La cultura musicale viene derubricata a “bando perso, niente festival, spiace”, mentre la cultura gastronomica, artigianale, creativa viene elevata a chiave di volta per la trasformazione del quartiere, troppe volte al centro delle cronache per risse e accoltellamenti. Sono cose brutte, di cui il cittadino non vuole sentire parlare.
E allora perché non lo trasformiamo il quartiere, a partire dalla narrazione che viene fatto di esso? Ovviamente usando il food! L’occasione è l’inaugurazione del Cooker Loft, un luogo fondato da una content creator dove poter vivere, tra le altre attività, una luxury experience fatta di “ accomodation e tour alla scoperta delle eccellenze gastronomiche torinesi, concludendo con una cena privata in un contesto esclusivo.” Oppure con la già citata osteria che vuole “essere parte del cambiamento, perché: tutto comincia quando un Muro smette di essere percepito come una barriera” a colpi di pan briosciato e stick di panella fritta con mayo al prezzemolo.
Torniamo al contesto in cui tutto ciò avviene, Barriera Milano: qui le case in affitto prevedono spesso bagni sui balconi, docce in cucina, tubi che perdono e crepe nei muri. A volte va anche peggio con cantine o magazzini al piano terra trasformati in alloggi improvvisati. Questo è come si vive realmente in alcune case del quartiere. Gli affitti per questi «spazi» si aggirano tra i 200 e i 350 euro al mese.
Viene chiamato «caporalato abitativo» il fenomeno che costringe famiglie vulnerabili (spesso straniere) ad accettare condizioni pessime pur di trovare un’abitazione, seppur ai limiti dell’abitabilità (per queste descrizioni abbiamo voluto ironicamente attingere a un video-servizio dello stesso giornalista della patinata introduzione iniziale)
Dunque, di fianco al “salotto gastronomico contemporaneo” esiste un mercato della casa che condanna molte persone a vivere in modo semplicemente indegno. In alloggi senza riscaldamento, con impianti elettrici fatiscenti, infissi marci, infiltrazioni d’acqua, spesso ex depositi e garage trasformati in abitazioni e per questo privi di residenzialità e conseguenti diritti acquisibili (per esempio avere un medico di base): questi condomini, o presunti tali, si trovano dirimpettai agli spazi immaginifici per i quali abbiamo fatto fitta incetta di citazioni dai quotidiani per darne un’immagine meno filtrata possibile.
Ora veniamo alla politica: fa spallucce per la perdita del festival, partecipa alle inaugurazioni in pompa magna (con l’Assessora Salerno), si straccia le vesti per la chiusura del museo privato e idolatra la resilienza dell’osteria contemporanea come presidio di comunità.
Una domanda cui la politica non ha mai risposto è la più semplice possibile: quanti abitanti di Barriera frequentano questi luoghi?
La risposta è semplice, e a suo modo crudele: nessuno, o quasi. E la sua spiegazione lo è altrettanto: questi place to be si rivolgono a una fascia di popolazione che è ben lontano, per censo e cultura, dal target commerciale.
Queste operazioni nascondono sotto, appunto, una patina di inclusione e di senso di comunità, un concetto, un’operazione economica e sociale molto più semplice e subdola: si chiama gentrification, ovvero la sostituzione di classe degli abitanti ivi residenti.
“Ehi sei stato a Roma lo scorso weekend?
Meraviglia la Città Eterna!”
“Sì, sono stato a Roma con Anna, bellissimo, una serie di esperienze artistico-culturali incredibili “
“Siete stati al Colosseo?”
“No, eravamo lì in zona domenica ma abbiamo optato per Carbonara. Bellissima, quell’accostamento Uovo Pancetta è di un’artisticità unica.”
“Ehm, Guanciale*”
“Chi? Guanciale chi, il pittore? No, non lo abbiamo visto.”
“Vabbè, cos’altro avete visto?”
“Le donne in vetrina che facevano le tagliatelle, uno spettacolo immortale.”
*L’utilizzo del maiuscolo per ogni ingrediente è un tributo alla museificazione del cibo.
Questo dialogo potrà diventare realtà ora che “la cucina italiana tra sostenibilità e diversità bioculturale” è diventata ufficialmente patrimonio culturale immateriale dell’umanità: così è stato deciso al Comitato intergovernativo dell’UNESCO riunito a New Delhi in questi giorni.
“L’evento più atteso sarà il 25 ottobre la Cena Spettacolo con Rasmus Munk (Alchemist**, Copenaghen, n.5 The World’s 50 Best Restaurants) a Palazzo Saluzzo Paesana: una performance totale tra piatti concettuali, suoni, proiezioni e suggestioni barocche. Un’esperienza unica e irripetibile, creata appositamente per Torino, dove la tavola diventa palcoscenico e il cibo un atto performativo. Perché a Torino, ancora una volta, la cultura passa anche dal palato — e la cucina diventa arte da vivere con tutti i sensi.”
Sembrerebbe l’incipit della descrizione di THE MENU…
Domenica 2 ottobre, sono circa le dieci di sera e Pietro sta guardando il posticipo su SKY, che quassù prende benissimo. Suonano alla sua Porta, sebbene Seba ci abbia messo parecchio a trovare il citofono. L’incidente è stato più grave del previsto, e il suo stato confusionale non gli ha permesso di capire che stava suonando proprio a quella porta, quella riservata a chi si è comportato bene in vita:
“Sono Glovo, ho una consegna può scendere?”
“Figliuolo, sei tu che devi salire, piano Altissimo.”
““Venerdì sera? Ci vediamo?”
“Va bene, ma non andiamo nel ristorante dell’ultima volta perché abbiamo speso 50 euro per mangiare due cazzate”
“Tranqui, ho da proporvi una nuova trattoria troppo cariiiiiinaaaaaa!”.”
Secchiate è la prima newsletter italiana dedicata al mondo della notte.
Secchiate sono amici con cui condividiamo l’approccio critico (e molesto) agli accadimenti sociali.
Abbiamo deciso così di scrivere a più mani questo approfondimento che unisse i nostri temi di riferimento: nightlife&food.
Quanto si è foodificato il clubbing delle nostre città?
Che relazione vi è tra Briatore e la chiusura dei club musicali?
Nel testo proviamo a fornire alcune risposte, e numerosi dubbi.
Buona lettura sul sito Substack di Secchiate.
“Lauren, voglio fare come George Clooney: sposarci a Venezia.”
“Quando ti ho conosciuto io, cinque anni fa, eri tutto occhialini da sfigato e scrivania, pure quella da NERD. Ora che ti ho fatto diventare muscoloso e abbronzato, così trendy da diventare un influencer pro-Trump, ti senti subito come il bel George. Ma non possiamo sposarci a Montecarlo in mezzi a quelli ricchi (quasi) come noi?”
Quale miglior presente di fine anno avremmo potuto farvi se non una bella analisi dei dati statistici sul 2019 della città di Torino? Vorrete mica dirci che avreste preferito un paio di guanti?
Noi purtroppo siamo più noiosi della nonna che fa sempre lo stesso regalo a Natale, per cui approfittiamo dei bilanci delle feste per fare una analisi più approfondita (e concisa) possibile sullo stato di salute di Torino, vedendola dal punto di vista che è più consono ai nostri temi: la glorificazione del positivo andamento turistico, messo a confronto con i dati economici complessivi e con la distribuzione della ricchezza prodotta.
Il futuro è il food. Questo il claim dell’Associazione “Torino Piemonte World Food Capital”, nata pochi mesi fa con l’obiettivo “di trasformare il Piemonte nel maggiore riferimento internazionale in ambito food.
“Ciao ragazzi, benvenuti a Bologna: qui c’è il vostro piatto del pranzo solidale, questa è la piazza in cui vi esibirete con Foodification, lì e lì ci sono camionette e polizia. Benvenuti!”
“Smart! che cazzo vuol dire?!” Mi urla contro il barista brandendo lo smartphone mentre cerca di capire se l’app abbia processato il pagamento di un teenager giunto per l’happy hour. Io rido, lui impreca e più lui impreca, più io rido.
Con Amazon Fresh la spesa è un sacco veloce”:
questo il claim che è comparso in questi giorni sui bus torinesi per annunciare,
col classico gioco di parole tipico del food, l’arrivo di questo servizio anche nella nostra città.
Il colosso entra a gamba tesa nel mondo della spesa a domicilio,
con una grafica green accattivante, e con prezzi e tempi di consegna al solito molto vantaggiosi per gli abbonati.
“Purché riaprano i Murazzi, va bene tutto!” Sembra questo il pensiero prevalente nelle discussioni tanto pubbliche su giornali…
Il professore contava uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette mail ricevute da quando aveva messo sul fuoco la moka ed era andato a pisciare a quando era tornato al tavolo.
Uno degli aspetti insieme più ridicoli e inquietanti di questa epoca così social sono i tweet, i post, le dirette Facebook che ci regalano i nostri rappresentanti politici o aspiranti tali.
La città vivrà all’aperto, ma di che cosa? C’è vita dopo il turismo?
“Crisi significa opportunità”: quante volte l’avete sentito nel corso del lockdown?
E quanti accorati appelli all’ uscire ”diversi” da questa crisi avete letto?